Salvatore Trapani
Echi di Speranza - Arte e memoria dell'Olocausto
Istituto Italiano di Cultura, Cracovia, 2025
...Giorgio Ortona, pittore ebreo italiano nato a Tripoli, con il dipinto La rosa di nessuno (2024), legato alla sua formazione d'architetto, ci offre qui un'opera che coniuga in modo interessante l'effetto Raumplan'° a un espediente meta-artistico, partendo appunto da un particolare di un prodotto d'arte di paesaggio: il monumento polacco alle vittime di Auschwitz eretto a Birkenau (1967). Quel mausoleo usa il linguaggio astratto- dunque universale - ed è costituito da blocchi di pietra ammucchiati (distribuiti su una lunghezza di circa 100 m), sovrastati da un blocco più alto (4-5 m). Su questo c'è un triangolo rovesciato, memore di quelli indossati dai prigionieri del campo e sulla piattaforma acciottolata, davanti al monumento, si trovano ventitré targhe di bronzo, in diverse lingue, con la stessa iscrizione: "Sia per sempre un grido di disperazione e un monito per l'umanità questo luogo dove i nazisti uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, soprattutto ebrei provenienti da vari paesi d'Europa. Auschwitz Birkenau1940-1945." La targa in inglese è richiamata da Ortona nella sua opera La rosa di nessuno. L'artista, rispetto all'opera, fornisce un'indicazione precisa: "E una citazione e omaggio a Paul Celan: sospeso tra figurazione e astrazione, ed emerge come frammento di un evento che corrisponde al grado zero della civiltà. "La poetica di Ortona rimarca dunque il principio della parte per il tutto, come sinonimo di un processo consegnato all'eternità. Gli incastri semi-astratti e ricomponibili dell'opera, non ci portano, infatti, a formare un prodotto "definitivo", ma pur sempre a un particolare di qualcosa di ben più grande: il monumento commemorativo di Auschwitz-Birkenau, evocato ma assente nell'opera del pittore, come metafora appunto dell'Olocausto stesso. Ricordato in frammenti, tra biografie, racconti, aneddoti o perché no - anche opere. Si tratta di una sorta di "non finito", che d'istinto proviamo incessantemente a condurre a termine, anche esaustivo. Ciò che di per sé è impossibile, perché la Shoah resterà sempre un "non finito" (dal genocidio, per fortuna di tutti, all'incessante speculazione su di esso). Rivisitando l'opera di Ortona, si vivifica cosi la storia di Auschwitz, attraverso un frammento della Storia delle deportazioni e umana insieme, costellata sempre di abominevoli violenze. Con Ortona si tratta di un ritorno concettuale, disorganico, poiché la brutalità della natura umana non è finita con Auschwitz e ha toccato ancora decine di altri luoghi, genti e culture. La speranza ne La rosa di nessuno s'intravvede con il ritorno continuo - attraverso l'opera - a quel teatro di violenze, ricomponendolo da rudere nel suo eterno monito all'umanità...